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GUIDO GIUFFRE’ I SOSPETTOSI
INCANTI Nel parlare di
quei giardini incantati che sono
parte ampia del suo lavoro negli ultimi dieci anni – ma ne parla con
discrezione-quasi contro voglia- Paternesi tocca l’ecologia, la natura che si
perde, il mondo come si vorrebbe che fosse. E’ una prima lttura di quel ciclo
complesso, l’avvio ad un’analisi da approfondire: si direbbe come sempre, ma
qui in modo particolare. Quel primo stadio- di figure che si spogliano,
passeggiano, giocano, quasi prologo di una piece arcadica , di un incantato
eden dei nostri sogni- e’ infatti a suo modo gia’ compiuto; e’ quel verde
colore reale e metaforico di cui diceva Micacchi muovendo da Giorgine. Ma per
quanto cattivante, non si tratta appunto che del primo passo; il secondo immerge
la serena spensieratezza in una malia ed in uno straniamento ben piu’
intriganti. Nulla insinuerebbe sospetti nella quieta trama di minuta quotidianita’ se non una accentuata
sinteticita’ delle forme e di gesti scorciati e bloccati, come in un improvviso
arresto del tempo. E in questo
tempo fermo lentamente si affacciano interrogativi ulteriori e senza risposta,
echi di parole non udite, e figure e
gesti suggeriscono l’imperscrutabile vita di un mondo che sembra, ma non e’ il
nostro, ne’ cosi’ facilmente frequentabile come vorrebbe apparire. In un approccio
siffatto – nella riconoscibilita’ di uno spazio suadente e amabile, volutamente
aproblematico, ma in cui si aprono spiragli sottili e penetranti di
inquietudine- e’ la chiave per accedere alla visione di Paternesi: sia nel
ciclo dei giardini incantati che in
quello seguente di dietro le quinte. Immagini
spoglie di dati esterni le ha chiamate
Raffaele Monti, di dati, aggiungiamo , che non siano quelli di un
paradiso terrestre nel quale le figure si immergono tuttavia non dimentiche di
se’. In quegli
‘impianti arcaici, scavati e dissepolti da un letto asciutto d’arenaria’, come
da poeta aveva scritto Alfonso Gatto; nell’opulenza di giardini anche troppo
rigogliosi e impenetrabili per farne luoghi di quotidiano commercio, nudi
distesi o figure atteggiate tra profumi e colori e carezzate dal verde (che sono titoli sapienti di Paternesi) volgono
non di rado uno sguardo in tralice quasi scoprendo allarmi segreti o
inconfessate attese. Fausto
Pirandello -spesso citato come referente di una scuola romana con la quale
Paternesi ha invece, a parer nostro, assai scarsi rapporti- aveva dipinto
gruppi di figure in poco credibili
passeggiate nel bosco. Ma troppo
diverso era, quello scorcio degli anni Trenta, dagli Ottanta appena trascorsi e
troppo diversa la grande, cocente e disperata personalita’ del Pirandello di
allora, dalle metafisiche, lunari e
insinuanti inquietudini di Paternesi. Lo stesso apparato formale, cosi’
singolare nei giardini incantati,
rende conto della peculiarita’ di un bagaglio nutrito di varia cultura ma che
non offre riscontri puntali. Lo sfibramento del tessuto pittorico, specie nei
dipinti, la pennellata franta che tuttavia non e’ impressionista, nè
divisionista, né cezaniana, sembra comunque procedere, per differenze , piu’
che per analogie, proprio da quel mondo. Ma e’
tramontata l’estasi che dell’impressionismo aveva fatto l’ultima , fermentante e innovativa
stagione del naturalismo europeo, e piu’
viva resta semmai l’eco delle vischiose malie in cui Vuillard o Bonnard impaniavano le trascorse
solarita’. Qualcosa di
spento, come vovi affondate in una coltre di silenzio, domina gli spazi:
quinte e fondali, specie nei dipinti,
creano rettangoli scenici in attesa di improbabili azioni e gli stessi
personaggi sembrano sospendere i gesti
di un tableaux vivant. Taluno ha
citato opportunamente Mario Tozzi, cui ampliando il ragio parigini, potrebbe
aggiungersi certe pennellate asciutte di Campigli. Sono
riferimenti che non vanno molto oltre la superficie di una materia pittorica
appena calcinata, come di un gesso smaltato, di una densita’ che rallenta ogni
moto del corpo e dello spirito. Alila’ delle
figure, e piu’ ancora in loro assenza, il paesaggi si anima di aspetti
antropomorfi, zoomorfi, rivestendo di foglie forme fantastiche percorse di
conturbante vita propria. La struttura
formale non e’ estranea all’ambiguita’ dell’esito; al contrario la pennellata
compatta e iterate che rifiuta velature e chiaroscuro, in quel risultato che
piu’ di un esegeta ha chiamato ‘cotto’ ( e che fonda l’analogia , seppur vaga
con Campigli), costituisce gli elementi figurali e insieme stende su di essi un
filtro di misterioso, enigmatico, silenzio. C’e’ nelle scene dipinte da
Paternesi, un che di arcano, ed e’ il motivo del ricorrente riferimento della critica e di lui stesso nella metafisica: cui pero’
non sapremo dare alcun riscontro se non quello – adombrato nel ricordo di
qualche figura di Piero- dell’amore appassionato dell’artista per il maestro
quattrocentesco. Nei pastelli (mescolanza in realtà di varie tecniche)
l’immagine e’ meno scandita e piu’ avvolgente
che negli olii, quasi la maggior rapidita’ del mezzo consentisse al
pittore una piu’acuta penetrazione in
quegli interstizi psicologici che sono elemento portante della sua poetica. Almeno due
fogli fra i tanti, risultano esemplari e
riassuntivi: l’uno con la bambina sull’altalena, lontanissima ormai , com’e
tutta la nostra cultura, dall’indimenticabile idillio della balancoire
renoiriana e piu’ prossima a quei segni taglienti del nostro tempo che sono vuoi i giochi maniacali dei bambini
pirandelliani, vuoi quelli, ancora piu’ esagitati e folli, dei piccoli ossessi di Cremonini; l’altro con
una bimba bianca come il cane che l’accompagna, che irrompe in una verde
radura. In entrambi, la
componente fantastica e’ ancorata a una costruzione formale di
grande rigore, quasi Paternesi volesse bilanciare e insieme potenziare
l’irrazionalita’ e lo sganciamento, la sfuggente imprendibilita’ del suo mondo,
con una latente griglia geometrica. Ma il
contrappunto poetico, nell’apparenza semplice e cattivante, e’ ancora piu’ complesso, poiche’ appoggiati
al rigore dell’impaginazione, turbamenti e dolcezze si sovrappongono e coincidono. Lo stesso velo
sottilmente sensuale che avvolge leggero le figure, la vagheggiata dimensione
edenica, sono, in se’, sospesi alla soglia di un in conoscibile segretamente,
impercettibilmente minaccioso: come sa lo scarto delle impaurite figure di Buttarsi nel silenzio. Nel ciclo di dietro
le quinte questo mondo, mantenendo le radici nel medesimo humus, cambia la strumentazione,
sia formale che linguistica, a cominciare da quei fantasmi culturali , che nei giardini incantati esso s’era lasciati aleggiare intorno : da
quelli citati, a Balthus, a Carra’ de ‘le figlie di Loth’ o de ‘la casa
dell’amore’. Questi
riferimenti, vaghi e insieme puntuali,
sempre restituiti da una sensibilita’
che rivivendoli li ha fatti propri, in dietro le quinte, sono sostituiti, nella medesima capacita’ di
appropriazione, con quel Picasso soprattutto di Gosol – tra ‘905 e ‘906- che
per Paternesi deve essere stato na vera folgorazione. Di quel Picasso
( a muovere dalla ‘Donna con vetaglio’ o dal ‘Ragazzo con pipa’ della fine del
1905) e’ intanto il gestire lento, come di un rito, cosi’ presente in tanta
tonale scuola romana, da Caporossi a Viveri, a Cavalli, a Gentilizi; ma in
tutto il ciclo di dietro le quinte si scorge in filigrana, soprattutto il
Ricasso che a Gosol, nell’estate del 1906 (‘L’harem’, ‘la toilette’, ‘la donna
che si pettina’, ‘donna con i pani’) celebrava l’estrema stagione tardo
romantica preparando la bordata delle demoiselles. Delle
lezioni che lo avevano suggestionato
prima, Paternesi ritiene soprattutto quella di Balthus, ma , a muovere dalla
tavolozza di ocre terrose e rossi pompeiani, azzurri cinerini e violetti
rosati, , che e’ tavlozza-chiave della poetica,
il riferimento primario – assimilato, trasfigurato, ma portante-
resta quello picassiano. Che cosa muta e
che cosa permane in due cicli cosi’
nettamente caratterizzati? Paternesi e’
artista per nulla eclettico. La sua
vigile cultura rivela la prensilita’ dello sguardo per la capacita’ di
assimilare i suggerimenti esterni
piegandoli al proprio mondo , che se ne nutre senza snaturarsi. Tra le
componenti dei giardini incantati –
quella estatica e quella misteriosa e inquietante – dura in dietro le quinte, essenzialmente la
prima : un incantamento da cui e figure sono come irretite e che profonde
dolcezze nell’impianto cromatico. Ma proprio la
magia, l’aura iniziatica, il senso d’indecifrata attesa intrigano la scena e
tutto lo spazio, cosi’ come piu’ pungentemente, avveniva nei giardini. Non e’ una
doppia natura e neppure una natura
contraddittoria. E’ una tensione lirica intrisa d’inappagamento ,
protesa a un oltre in cui il mistero, sfiora talora l’insidia, talora un’attesa
allarmata, sempre una melanconia che si direbbe propria dell’arte se non articolasse ogni volta voci e accenti
particolari. In Paternesi la
malinconia e’ toccante nella grazia inquieta, in un’illusione vuoi scoperta,
vuoi struggente, ancorata a un impianto teatrale ovvero disciolta nella
pittoricita’ di atmosfere piu’ trepidantemente vibranti. E se
nell’accordo prevale ora il tono dolce ora quello grave, nella scultura la sintesi e’ ancora piu’
compiuta. Paternesi
infatti dopo ave a lungo accompagnato il protagonismo della pittura con
l’attivita’ – in sordina ma costante- di ceramista e col meno frequente ma mai
dimesso interesse per la scultura, dal 1986 si e’ applicato in larga
prevalenza a quest’ultima. Nel divrso
mezzo che gli e’ congeniale quanto quello pittorico, la pulitezza delle forme
non inganna sulle complessita delle
fonti, di nuovo, come nella pittura,
profondamente assorbite. Da Moore a
Marini in una modernita’ che prescinde dal rincorrersi delle mode; all’eco
appena percettibile ma pungente di
Degas; all’amato compleso snodo italiano tre-quattrocentesco; a quegli etruschi nella cui terra egli e’
nato e ha vissuto; la plastica di Paternesi e’ immersa nel corsodella storia della cultura, ma piu’
ancora riassume e sintetizza le tensioni e le inquietudini del suo animo anelante. Anche qui egli
sembra talora accennare a una trama
narrativa (‘Gruppo di famiglia’, 1989,
‘Interno’ e ‘Nel Museo’ 1990) ma in realta’ nessun aneddoto o vicenda corre tra i personaggi, isolato
ciascuno nel proprio perduto incanto non
meno che le mirabili terracotte a figura
singola, in cui, in un’eco forse
martiniana, l’artista da’ il meglio di se’. Cosi’ in Al balcone, o L’attesa, Toccando i capelli o Verso l’alto, dove l’appena avvertibile sensualita’ di forme femminili non idealizzate sposa una grazia trepida, aurorale, restando -lungi da ogni rischio di evasiva piacevolezza- componente di vita e di verita’ nostra, terrena. CARMINE
SINISCALCO DIETRO LE
QUINTE Che altro dunque al di là di questa sacra rappresentazione, una volta
varcata la porta che apre sul palcoscenico per la definitiva entrata in scena,
così a lungo preparata? Dietro le quinte, illuminati dalle luci della ribalta, apertosi il sipario,
dei personaggi di Alessio non vivrebbero che le ombre proiettate contro il
telone. Le nostre ombre.
ARMANDO
VERDIGLIONE LO SCULTORE
DEL CIELO
Più di ogni altra, la scultura di Paternesi risulta arte del cielo, della combinazione del corpo e della scena. Corpo immortale, e non più sacrificale, non più esposto a fungere da vittima né da luogo del punto demoniaco o del tempo. E’ scena originaria, senza più l’ideologia del catastrofismo e del finale dell’Altro. Più di ogni altra, arte della diade, dell’apertura originaria, della relazione insociale, dell’albero della vita, anziché genealogico. Arte della croce, senza più il sistema aristotelico di cielo e di terra. L’apertura è il cielo stesso. Nessuna gerarchia sociale. Nessun rapporto sociale, dove la risposta dello schiavo, della strega, del paziente, del parlante natio sia obbligata dinanzi a un’interrogazione basata sulla logica della chiusura, del terzo escluso. Dal cielo di Paternesi la statua fuga tanto Socrate quanto Pigmalione. E Rousseau non può più sostituire l’apertura originaria con il contratto Sociale, ispirato a quel naturalismo che va contro la natura e il rinascimento della parola. Un’altra modernità quella di Paternesi. Una modernità senza tanatofilia, senza compromesso con l’assunzione della sostanza, altra faccia della morte della parola. Una modernità che non ha bisogno di riflussi, di revivalismi di passatismi, né del postumano né del postumo. Una modernità dove le cose rinascono per strutturarsi sulla via del malinteso come via della qualità. La scultura di Paternesi apre alla verticalità delle cose, in cui l’infinito della parola, l’infinito attuale, le trae alla loro cifra, appunto alla loro qualità: Lungo una narrazione che porta alla scrittura dell’immagine, all’ologramma, a un’altra lingua diplomatica, con cui la penisola si ripropone all’era planetaria. Paternesi sospende l’orizzontalità e, con essa, l’intera geometria euclidea, di cui si ammanta ogni criticismo. Nessuna linearità. Nessun continuo. Nessun punto fermo. Né morto. Né cieco. Nessun segno dell’abolizione dell ‘Altro, quindi dell’abolizione della varietà artistica e della differenza invalicabile. Nessun cerchio: la scultura di Paternesi cammina lungo una spirale dove le cose non finiscono e dove l’arte non è più, hegelianamente, una variabile ma una variazione costante, la vicenda delle cose mentre vanno verso la scena originaria, la vicenda della gloria. Chi può negare alla scultura di Paternesi l’autenticità e l’originarietà? Chi può privare della generosità la sua opera
senza confiscare il cielo e il paradiso cui essa c’introduce? Nessuna totalità.
Nessuna circolazione. Nessuna unità: l’arte di Paternesi abita dove le cose
procedono dall’inconciliabile della relazione, dell’apertura, da
quell’inconciliabile che Giordano Bruno chiama l’ombra (Le ombre delle
idee). Paternesi è uno scultore etrusco e secondorinascimentale al tempo stesso, nell’altro tempo della parola, nel tempo dell’arte e dell’invenzione, nel tempo che non finisce, nel tempo inalgebrico. Il modo dell’ombra, dell’ inconciliabile è l’ironia, la speranza, con cui il proseguimento s’instaura quasi prima che le cose incomincino e debuttino. Paternesi inventa una lingua immemoriale: scolpisce in etrusco, senza negativismo e senza il sentimento della sconfitta dinanzi all’impero incipiente o tramontante Questa scrittura attiene a un piacere essenziale, tanto irrappresentabile quanto irrimandabile al piacere che sta nell’approdo alla qualità. E nel modo dell’apertura sta la speranza, che è il futuro. La scultura di Paternesi è arte del futuro, di quel futuro che non può fondare nè formare il tempo e l’avvenire, ma da cui il tempo e l’avvenire, la differenza e la varietà procedono. Il principio del futuro è il principio del tertium datur. Se il futuro determinasse il tempo, questo finirebbe e la differenza potrebbe essere soppressa. La questione donna esige con Paternesi la traversata della memoria nel suo debordamento e nella sua tradizione fino all’arte e all’invenzione. Il nudo indica fino a che punto il femminile e il maschile sono costituiti da maschere, che serbano l’alterità dell’immagine Le figure stanno agli antipodi dell’analogico dell’identico, dell’opposto, del simile. Li dissipano. Estrema astrazione, perchè la materia della parola resiste a qualsiasi presa, a qualsiasi padronanza. Un’arte senza animalità e senza animazione. Arte di vita. Arte del cielo. Arte etrusca del terzo millennio. Non c’è più sostanza a garantire che la superficie sia piana. E donna diviene ora nome di una sintassi senza codice ideologico ora enigma della differenza sessuale, della differenza incolmabile. E la lettura deve ancora seguire i teoremi e gli assiomi della scultura di Alessio Paternesi, per potere, poi, provarsi a indicarne la cifra. |
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